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"Non si nasce donne: lo si diventa con il tempo e la volontà"

(Simone de Beauvoir)

venerdì 3 dicembre 2010

blog in stand by




E' parecchio che non scrivo più qui e del resto nell'ultimo anno avevo rallentato parecchio con i post pubblicati. Ora posso dire ufficialmente che il blog è in stand by e non so se, come, quando eventualmente potrebbe riprendere la sua attività. Non mi sento di dire che sia un'esperienza chiusa... ma oggi non so con certezza se Lo Stuzzicamente avrà una seconda vita. Forse, chissà...

Perciò per ora qui difficilmente ci saranno nuovi post.

sabato 3 aprile 2010

buona pasqua!


Buona Pasqua!

sabato 20 marzo 2010

campagna per il conferimento del premio nobel per la pace 2011 alle donne africane

Vi voglio parlare di una campagna che è stata lanciata con l'intento di far attribuire nel 2011 il Premio Nobel per la pace a tutte le donne africane. Un continente martoriato da guerre e malattie, povertà e ingiustizie, martoriato soprattutto dal fanatismo. Un continente martoriato dalla follia maschile che tutto distrugge. E l'unico germoglio di speranza per l'Africa sono le donne: con il loro coraggio, la loro capacità di portare vita e giustizia, la loro forza. Sono le donne che tengono vivo quel continente... perché sono loro a pagare il prezzo più alto, sono loro che hanno una vita più difficile lì, sono loro che si scontrano più spesso con discriminazioni, violenze, mutilazioni e morte e questo perché rappresentano la sola speranza! E sappiamo bene che la Speranza e ciò che viene più combattuto dalla follia maschile che si bea della sua brutalità. Ma le donne africane sono forti e non sono abituate ad arrendersi e lo dimostrano ogni giorno, nonostante le difficoltà, nonostante tutto. Per questa ragione, il conferimento del Premio Nobel è doveroso per queste donne! Per questo è doveroso, attraverso questo premio, riconoscere la verità innegabile che se ci sarà un futuro per quel continente e per il mondo intero sarà solo grazie alle donne.



L'Africa cammina con i piedi delle donne. Abituate da sempre a fare i conti con la quotidianità della vita e con la sfida della sopravvivenza, ogni giorno centinaia di migliaia di donne africane percorrono le strade del continente alla ricerca di una pace durevole e di una vita dignitosa. Gran parte di loro fanno fino a 10-20 chilometri per portare l'acqua alla famiglia. Poi vanno, sempre a piedi, al mercato, dove, per tutta la giornata vendono quel po' che hanno, per portare la sera a casa il necessario per nutrire i propri figli. Riproducendo così ogni giorno il miracolo della sopravvivenza. Pullulano di donne i mercati delle città africane. In un arcobaleno di colori, dove insieme con i beni di scambio, si incontra la gioia di vivere e il calore della convivialità. Spesso sulle loro spalle i figli che ancora non camminano. Oppure attorno ad esse la corsa e il rumore dei bambini, la cui cura è completamente affidata a loro. A volte, anche se non sono figli loro. Perché nell'Africa delle guerre e delle malattie, le donne sanno accogliere, nella propria famiglia, i piccoli rimasti orfani.
Sono in maggioranza le donne a lavorare i campi in una terra che quasi mai appartiene a loro, solo perché donne. Ad esse che controllano il 70% della produzione agricola, che producono l'80% dei beni di consumo e assicurano il 90% della loro commercializzazione, è quasi sempre impedito di possedere un pezzo di terra.
Sono decine di migliaia le piccole imprese che le donne africane hanno organizzato attraverso il microcredito, in tutti i settori dell'economia: dall'agricoltura, al commercio, alla piccola industria. Sono migliaia, forse decine di migliaia, le organizzazioni di donne impegnate nella politica, nelle problematiche sociali, nella salute, nella costruzione della pace. E sono le donne quelle che con più coerenza, assicurano, nell'Africa troppo spesso segnata dal malgoverno e dalla corruzione, la speranza del cambiamento e della democrazia.
Sono le donne africane che, in condizioni quasi impossibili a causa del maschilismo, della poligamia, del disinteresse o dell'assenza degli uomini, continuano a difendere e a nutrire la vita dei loro figli; a lottare contro le mutilazioni genitali, a curare i più deboli e indifesi.
Sono le donne africane che, di fronte alla prevaricazioni del potere, sanno alzarsi in piedi per difendere i diritti calpestati.
Dentro al dramma della guerra soffrono le pene dei padri, dei fratelli, dei mariti e dei figli votati al massacro. Di strappare bambine e bambini costretti a fare i soldati e ad ammazzare. Per loro poi, per i loro corpi e le loro persone, se vengono risparmiate dalla morte, spesso è pronta la peggiore delle violenze, che salva forse la vita, ma colpisce per sempre l'anima.
Le donne sono la spina dorsale che sorregge l'Africa. In tutti i settori della vita: dalla cura della casa e dell'infanzia, all'economia, alla politica, all'arte, alla cultura, all'impegno ambientale.
Per questo, in Africa non è pensabile alcun futuro umano, senza la loro partecipazione attiva e responsabile. Senza l'oggi delle donne non ci sarebbe nessun domani per l'Africa.
Certo è induscutibile il progresso che le donne africane hanno compiuto nella vita politica, economica e culturale a tutti i livelli. Ma ciò non rappresenta che una goccia nell'oceano nella valorizzazione delle loro capacità e del loro impegno.
Per questo vogliamo lanciare una campagna internazionale. Perché sia formalmente e ufficialmente riconosciuto questo loro ruolo, troppo spesso dimenticato. In questo nostro mondo, segnato da una crisi che non è solo economica, ma anche umana, le donne africane, con il loro umile protagonismo, possono indicare un percorso nuovo per ricostrire su basi più giuste e più umane la convivenza. Possono divenire un investimento per il presente e il futuro non solo dell'Africa ma del mondo intero.
Sia la comunità internazionale a trovare le giuste forme, anche attraverso l'attribuzione alla Donna Africana del Premio Nobel per la pace nell'anno 2011, per far conoscere, valorizzare e proporre come esempio il suo impegno tanto importante per la crescita umana dell'Africa e del mondo.

sabato 6 marzo 2010

8 marzo, non solo mimose...

Con l'approssimarsi dell'8 marzo mimose e cioccolatini vengono rispolverati come doni ideali per celebrare la femminilità e l'esser donna. Benissimo.
Ma esser donna NON è solo questo. E' anche altro.
Soprattutto altro.
L'8 marzo è la festa della consapevolezza di esser donna da parte delle donne... ma soprattutto da parte degli uomini. Eh, già. E' una ricorrenza che deve rammentare quanto ancora i diritti sacrosanti delle donne vengano violati sistematicamente dagli uomini, quanto la violenza e la sopraffazione siano ancora diffusi, quanto i pregiudizi e le discriminazioni siano la norma, quanto sia lunga e impervia la strada verso la parità di trattamento. Perciò la festa della donna, aldilà di mimose o spogliarelli al maschile, deve essere un punto di partenza verso la consapevolezza, verso ciò che deve essere fatto per migliorare la condizione di tutte le donne, in definitiva per migliorare la società.
Non dimentichiamo che aldilà dei nostri cioccolatini e mimose, lì fuori è pieno di donne che soffrono il fatto di essere donne, i cui diritti vengono calpestati, la cui natura viene derisa e offesa. Non bisogna andare molto lontano per vedere questa triste realtà, è dietro l'angolo...
Quindi, ripeto, invece di regalare ninnoli inutili, cerchiamo di migliorare come esseri umani affinché si possa aiutare chi ne ha bisogno.
Di seguito vi riporto una lettera aperta che la scrittrice albanese Elvira Dones ha rivolto a Berlusconi in merito alla battuta pronunciata dal premier in Albania qualche settimana fa circa "le belle ragazze albanesi" che possono essere accolte in Italia. La lettera in questione è un'amara testimonianza di quanto la vita "delle belle ragazze albanesi" sia spesso un incubo fatto di soprusi e violenze e di quanto poco ci sia da scherzare.





"Egregio Signor Presidente del Consiglio, le scrivo su un giornale che lei non legge, eppure qualche parola gliela devo, perché venerdì il suo disinvolto senso dello humor ha toccato persone a me molto care: "le belle ragazze albanesi". Mentre il premier del mio Paese d'origine, Sali Berisha, confermava l'impegno del suo esecutivo nella lotta agli scafisti, lei ha puntualizzato che "per chi porta belle ragazze possiamo fare un'eccezione." Io quelle "belle ragazze" le ho incontrate, ne ho incontrate a decine, di notte e di giorno, di nascosto dai loro magnaccia, le ho seguite da Garbagnate Milanese fino in Sicilia. Mi hanno raccontato sprazzi delle loro vite violate, strozzate, devastate. A "Stella" i suoi padroni avevano inciso sullo stomaco una parola: puttana. Era una bella ragazza con un difetto: rapita in Albania e trasportata in Italia, si rifiutava di andare sul marciapiede. Dopo un mese di stupri collettivi ad opera di magnaccia albanesi e soci italiani, le toccò piegarsi. Conobbe i marciapiedi del Piemonte, del Lazio, della Liguria, e chissà quanti altri. E' solo allora - tre anni più tardi - che le incisero la sua professione sulla pancia: così, per gioco, o per sfizio. Ai tempi era una bella ragazza, sì. Oggi è solo un rifiuto della società, non s'innamorerà mai più, non diventerà mai madre e nonna. Quel puttana sulla pancia le ha cancellato ogni barlume di speranza e di fiducia nell'uomo, il massacro dei clienti e dei protettori le ha distrutto l'utero.
Sulle "belle ragazze" scrissi un romanzo, pubblicato in Italia con il titolo Sole bruciato. Anni più tardi girai un documentario per la tivù svizzera: andai in cerca di un'altra bella ragazza, si chiamava Brunilda, suo padre mi aveva pregato in lacrime di indagare su di lei. Era un padre come tanti altri padri albanesi ai quali erano scomparse le figlie, rapite, mutilate, appese a testa in giù in macellerie dismesse se osavano ribellarsi. Era un padre come lei, Presidente, solo meno fortunato. E ancora oggi il padre di Brunilda non accetta che sua figlia sia morta per sempre, affogata in mare o giustiziata in qualche angolo di periferia. Lui continua a sperare, sogna il miracolo. E' una storia lunga, Presidente... Ma se sapessi di poter contare sulla sua attenzione, le invierei una copia del mio libro, o le spedirei il documentario, o farei volentieri due chiacchiere con lei. Ma l'avviso, signor Presidente: alle battute rispondo, non le ingoio.
In nome di ogni Stella, Bianca, Brunilda e delle loro famiglie queste poche righe gliele dovevo. In questi vent'anni di difficile transizione l'Albania s'è inflitta molte sofferenze e molte ferite con le sue stesse mani, ma nel popolo albanese cresce anche la voglia di poter finalmente camminare a spalle dritte e testa alta. L'Albania non ha più pazienza né comprensione per le umiliazioni gratuite. Credo che se lei la smettesse di considerare i drammi umani come materiale per battutacce da bar a tarda ora, non avrebbe che da guadagnarci.
***
Elvira Dones, scrittrice-giornalista.
Nata a Durazzo nel 1960, si è laureata in Lettere Albanesi e Inglesi all'Università di Tirana. Emigrata dal suo Paese prima della caduta del Muro di Berlino, dal 1988 al 2004 ha vissuto e lavorato in Svizzera. Attualmente risiede negli Stati Uniti, dove alla narrativa alterna il lavoro di giornalista e sceneggiatrice. (fonte)

domenica 28 febbraio 2010

cile, amato cile

A poche settimane dalla sciagura di Haiti un nuovo terribile sisma ha sconvolto il mondo, stavolta in Cile. E' macabra questa sequenza di sciagure, non so davvero comprendere questa sequenza di quale schema faccia parte. So soltanto che la piccolezza umana si riscopre sempre più incapace di tener testa a simili sconvolgimenti naturali.
Sono molto legata al Cile, dapprima grazie alle letture di scrittori che ho tanto amato in passato come Sépulveda e Neruda e poi... ancor di più col mio romanzo, la favola dell'impero del Cile è in qualche modo un omaggio a un Paese tribolato che ha dovuto sostenere in passato sofferenze incredibili.
Ieri quando sentivo la notizia del sisma al tg tenevo una mano sul cuore, gli occhi fissi e un nodo in gola. Dinanzi alla nuova tragedia, la tragedia di un Paese per il quale ho immaginato un impero mai esistito... e a cui mi sento particolarmente legata.
Già sono 400 i morti e per come è stata devastante la scossa (8,8 della scala Richter), poteva veramente essere un'apocalisse epocale. Ripeto, la macabra sequenza di queste ultime tragedie deve dar da pensare: cosa ci sta accadendo? Cosa sta accadendo a questo pianeta? Cosa?
Prego per le vittime.
Il mio cuore è ora più che mai vicino al Cile.

giovedì 28 gennaio 2010

addio al giovane holden

Jerome David Salinger
1919 - 2010




Oggi è morto probabilmente, anzi certamente, uno dei più grandi scrittori del Novecento: J. D. Salinger, l'autore del mitico Il giovane Holden. Uno scrittore sfuggente la cui vita è avvolta dal mistero: dopo la pubblicazione del suo capolavoro, nel 1951, si è praticamente ritirato a vita privata, vivendo come un recluso per oltre mezzo secolo. Poco si sa di come ha vissuto, ma Il giovane Holden rimarrà per sempre un cult... e forse non abbiamo bisogno di sapere altro di lui... forse basta ciò che ci ha lasciato in eredità con le sue parole...






A chi non l'avesse ancora fatto consiglio la lettura de Il giovane Holden: un'esperienza che non lascia indifferenti.

giovedì 14 gennaio 2010

haiti, una nuova cicatrice



Ciò che sta accadendo ad Haiti ha dell'apocalittico: un terremoto di magnitudo 7 che ha devastato, distrutto, messo in ginocchio l'isola caraibica. I numeri, come sempre ahimé in questi casi, sono spaventosi: 100 mila morti... moltissime le persone ancora sotto le macerie, c'è chi paventa addirittura le 500 mila vittime, Dio non voglia. Le scosse (anche questo come di consueto) continuano a ripetersi, dopo quella mostruosa delle 16,53 locali del 13 gennaio, e ciò non fa che peggiorare una situazione già disperata da principio. Vittime, centinaia di migliaia di senzatetto, chiese, strade, palazzi ridotti in macerie, l'allarme tsunami in agguato che ci ricorda un trauma troppo recente per essere cancellato. Quanti bambini senza casa, quanti vecchi, quante persone disperate.
Questo copione continua a ripetersi con macabra precisione. E continua ad andare in scena laddove le difficoltà del quotidiano si fanno sentire maggiormente che in altri Paesi del mondo. Non so, non so davvero spiegare tutto ciò. Sono simili catastofi naturali a ricordarci la nostra fragilità umana quando si abbattono così violentemente su di noi. Sono simili catastrofi che ci colpiscono nel vivo e che lasciano tracce dure da eliminare, ci resta la cicatrice vita natural durante. M'interrogo sul senso di tutto questo.
Perché una tale violenza? Perché un tale accanimento? E' davvero ciò che meritiamo, ciò che meritano anzitutto le sciagurate vittime di tali tragedie? Sì, il discorso circa l'umanità avvelenata dall'Odio, dal Male, dalla Malvagità che deve essere punita per le sue bieche azioni non fa una piega... eppure, davvero colpire innocenti, miserevoli individui che hanno solo colpa di essere quel che sono è il modo buono e giusto per punire questa Umanità allo sbando?
Non ne sono del tutto sicura. No.
Penso che ci sia una falla nel sistema, se davvero pensano (Chi di dovere) che sia giusto mandare simili sciagure come monito sempre e solo ai danni di individui già sfortunati di loro; c'è così tanto Male, a questo mondo, cui dare la caccia, cui far scontare i peccati... eppure, chi fa veramente del male se la cava sempre, sempre. E sono gli innocenti a pagare per loro, evidentemente.
Noi anime timorate c'interroghiamo e nel momento dello smarrimento e dello sconforto ci appelliamo a Colui per avere consolazione e risposte. Già. E allora? E allora, perché tale e tanta violenza deve abbattersi sulla Miseria e mai, dico mai, sui Peccatori? Questo non è un modo buono e giusto per far Giustizia, oh no.
Prego per le anime delle vittime e auspico che l'ingranaggio degli aiuti si metta in moto presto e al meglio per portare conforto a chi ne ha bisogno.
Spero che la terra smetta di tremare e dia tempo e modo di far spazio tra le macerie.