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"Non si nasce donne: lo si diventa con il tempo e la volontà"

(Simone de Beauvoir)

sabato 24 gennaio 2009

giornata mondiale contro la lebbra: bisogna salvare la bellezza delle persone da questa malattia. curabile


L'AIFO si appresta a celebrare, il prossimo 25 gennaio 2009, la 56a Giornata mondiale dei malati di lebbra. Sono 254.525 i nuovi casi di lebbra registrati nel mondo nel 2007, pari a circa 700 casi al giorno. Attualmente circa 10 milioni di persone hanno la vita segnata dalla malattia, benché da essa si possa guarire.

La giornata mondiale dei malati di lebbra è un appuntamento internazionale, istituito da Raoul Follereau nel 1954 e riconosciuto ufficialmente dall'ONU. La giornata gode dell’Alto Patronato della Presidenza della Repubblica italiana, a testimonianza del suo rilievo internazionale e dell’attualità dei problemi che essa pone all’attenzione della società. Anche il Papa ha pronunciato negli scorsi anni, in occasione della Giornata Mondiale, parole di solidarietà e di sostegno verso i malati di lebbra di tutto il mondo, esprimendo l’auspicio che la malattia sia definitivamente sconfitta e rivolgendo un saluto personale all'AIFO. I più importanti mezzi di informazione italiani danno rilievo alla Giornata mondiale come evento che dà voce agli Ultimi. L'importanza dell'evento è quest'anno sottolineata dalla concessione del Patrocinio da parte del Segretariato Sociale RAI.

La ricorrenza assume quest'anno un valore ancora più elevato alla luce dell'importante Dichiarazione dell'UNHRC, approvata il 18 giugno 2008, con la quale si riconoscono ufficialmente a livello internazionale i diritti umani dei malati di lebbra e dei loro familiari e si sollecitano gli Stati ad intraprendere le dovute iniziative atte a tutelarli e promuoverli.
La giornata rientra nell’ampia campagna internazionale contro la diffusione della lebbra che si prefigge di:

* informare sulla curabilità della malattia, sì da toglierle l’alone di paura che ancora l’accompagna e che causa l’emarginazione dei malati;

* favorire la riabilitazione delle persone guarite, in modo che possano reinserirsi attivamente nella società;

* sensibilizzare l’opinione pubblica circa l’importanza delle donazioni, al fine di poter offrire cure tempestive che evitino danni irreversibili.

* coinvolgere la società civile nei confronti dei problemi relativi allo sviluppo socio-sanitario dei Paesi a basso reddito.

In occasione della Giornata mondiale dei malati di lebbra, il 25 gennaio oltre 4000 volontari dell’AIFO distribuiranno nelle piazze italiane il “Miele della Solidarietà”, vasetti di miele proveniente dai circuiti del Commercio Equo e Solidale, in collaborazione con Agesci e Commercio Alternativo.

La 56a Giornata mondiale dei malati di lebbra sarà in particolare dedicata al'India, il paese che registra il più alto numero di nuovi casi ogni anno.
***
Vinciamo insieme la partita contro la lebbra. Il 24 e 25 gennaio la solidarietà sarà protagonista negli stadi italiani

Il mondo del calcio si mobilita, domenica 25 gennaio, in favore dei malati di lebbra. Per un giorno, sotto i riflettori degli stadi italiani vi saranno i 10 milioni di persone che nel mondo, nei paesi più poveri del pianeta, soffrono per le conseguenze di una delle malattie più terribili e trascurate: la lebbra. L'iniziativa di solidarietà, promossa dall'AIFO per la 56a Giornata mondiale dei malati di lebbra, ha incontrato la generosa adesione dell'AIAC (Associazione italiana degli allenatori di calcio) e della Lega Calcio, che ha permesso l'ingresso in campo, nel turno di campionato del 24-25 gennaio, di uno striscione con lo slogan "Vinciamo insieme la partita contro la lebbra", in tutti gli stadi di serie A e B.

La lebbra è una malattia da cui oggi si può guarire con facilità grazie ai farmaci, ma che colpisce ancora oltre 250.000 persone ogni anno nel mondo. Un problema ignorato dai mass media perché lontano dalla nostra vita di ogni giorno, e tuttavia ancora drammaticamente attuale, un male che ancor più delle altre malattie dimenticate testimonia la condizione di povertà estrema, la privazione dei più elementari diritti sociali e sanitari che colpisce gran parte dell'umanità.
La dignità e la bellezza di ogni persona trovano una delle più nobili espressioni nello sport: nasce da qui la scelta dell'AIAC di sostenere l'AIFO, per il secondo anno consecutivo, nelle iniziative della Giornata mondiale dei malati di lebbra. Lo sport è promotore di valori etici e sociali, fattore di sviluppo della persona e della società, strumento di affermazione del diritto fondamentale di ciascuno a vivere con pienezza la propria esistenza, unione del corpo e dello spirito per una realizzazione completa della nostra umanità. E' per questo che assume una particolare importanza il sostegno dell'AIAC e quello, confermato anch'esso per il secondo anno, della Lega Calcio, che ha concesso all'AIFO di promuovere la Giornata mondiale dei malati di lebbra negli stadi in occasione della giornata di campionato del 24 e 25 gennaio 2009, per mezzo di uno striscione che sarà esposto al centro del campo prima dell'inizio delle partite e di una sciarpa che gli allenatori indosseranno durante e dopo la partita.
In occasione di tale giornata, i volontari dell'AIFO distribuiranno al pubblico volantini e materiale informativo, mediante il quale chi lo vorrà potrà contribuire in modo concreto a vincere la partita contro la lebbra: ogni aiuto, anche minimo, sarà preziosissimo per raggiungere questo nobile traguardo.
Significativo, a tale proposito, il messaggio rivolto all'AIFO dal dott. Renzo Ulivieri, Presidente AIAC, lo scorso gennaio: "Trovo bellissimo leggere sotto il simbolo dell’Aifo, una frase illuminante: «dal 1961 con gli ultimi». Una vita con gli ultimi. Pensare che il mio mondo (e non solo quello), il calcio professionistico, è portato solo a ragionare in funzione dei primi. E invece la partita vera da vincere, quella per la vita, quella contro una malattia terribile, è la vostra. Mi piacerebbe dire in questa occasione, con pudore e orgoglio, la nostra".
Oggi la Giornata mondiale dei malati di lebbra continua a rappresentare per l’AIFO un impegno fondamentale per dar voce agli Ultimi. Ogni anno i volontari AIFO organizzano in tale giornata la distribuzione del Miele della Solidarietà, allestendo banchetti in centinaia di piazze italiane e coinvolgendo altre associazioni, istituzioni, cittadini.

Anche il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, e il Santo Padre, hanno rivolto un saluto all'AIFO per tale ricorrenza, a testimonianza del ruolo di primo piano che l'AIFO continua a ricoprire a livello internazionale.

Per informazioni sull'AIFO e sul suo impegno contro la lebbra, si può consultare il sito www.aifo.it, o telefonare al numero verde 800 550303. Si può offrire il proprio contributo utilizzando il conto corrente postale n. 7484, intestato all'AIFO, o con bonifico sul conto di Banca Etica, fil. di Bologna, codice IBAN:IT 89 B 05018 02400 000000 505050.

sabato 17 gennaio 2009

malamore... (e la prima candelina di questo blog!!!)

Concita De Gregorio è la prima donna direttore dell'Unità, assieme a Flavia Perina a capo del Secolo d'Italia, è la sola donna direttore d'un grande quotidiano. Una delle mie giornaliste preferite, senza dubbio! Anche se ho contestato il famigerato lato b dell'Unità...





Sapete, ho appena letto l’ultimo libro di Concita “Malamore. Esercizi di resistenza al dolore”, un saggio che consiglio vivamente. Il libro fondamentalmente si aggira attorno ad una questione, ad una domanda che sta alla base della violenza maschile: perché le donne sopportano i soprusi e le violenze maschili? Perché, nonostante sia evidente il contrario, continuano a pensare di poter cambiare i loro uomini violenti? Perché immolarsi per un uomo, quasi come inevitabile “vocazione” femminile?
Gli esercizi di resistenza al dolore sono proprio questi. Le donne, enumera tra l’altro nella prefazione, partoriscono, saggiano il calore del ferro da stiro senza scottarsi ecc. sono, siamo naturalmente abituate al dolore – la vita delle donne è piena di dolore fisico e mentale – e naturalmente siamo più brave a sopportarlo, a non lamentarci, a resistere.
Ciò non fa eccezione, anzi rafforza il senso, dinanzi la violenza maschile. Noi donne veniamo da secoli… da millenni di “esperienza in materia” e ci siamo talmente venute a patti… tanto, nei casi più tragici, da accettare questo tenore come normale, come ovvio. Il tutto avallato da un sistema che spinge verso questa direzione: il sistema patriarcale che vuole la donna proprietà dell’uomo e quindi ovviamente soggetta alle punizioni di questo se disubbidisce. Tale mentalità è così radicata, tanto da aver fatto quasi fiorire nella psiche della donna la necessità di adeguarsi alla violenza, di accettarla e di immolarsi. Addirittura di andare a caccia di tutto questo.
Il libro non si rifà ai fattacci di cronaca quotidiani (solo l’introduzione del capitolo ne fa dei riferimenti), non enumera dati assai noti; no, attraverso il rimando a un qualche fattaccio di cronaca, lei riscontra determinati atteggiamenti nelle storie dei film, nelle favole per bambini, nelle vicende biografiche di donne famose che ben si ricollegano a quel retaggio antico di “ruolo” della donna nella Storia. Dunque, cita un film spagnolo Ti do i miei occhi, storia di un marito violento e geloso; parla della vicenda di Circe, in une versione ammorbidita per ragazzi, in cui la strega bellissima trasforma gli uomini in maiali (c’era bisogno di un sortilegio per questo…???) solo perché, essendo stata abbandonata altre volte, non vuole rimanere ancora sola; la vicenda di Dora Maar, una delle tante amanti di Picasso, una delle tante donne sfruttate dall’arroganza tronfia e piena di sé di un artista innamorato solo della propria vanità; la vicenda di Franca che ha abortito una prima volta a 25 anni perché sennò veniva licenziata dal suo datore di lavoro… Sapete, quando assumono una donna le fanno firmare un contratto in bianco… che se lei resta incinta… equivale alla lettera di dimissioni, ciò è illegale… ma la nostra Franca non poteva saperlo una prima volta, mentre quando resta ancora incinta a 36 anni e con lo spauracchio del licenziamento… viene spinta dai colleghi a rivolgersi ad un consultorio (benedetti!!!) dove le dicono che quel contratto in bianco è illegale e il suo capo può essere denunciato e lei decide che, sì, terrà questa creatura (su questo tema interessante è lo spettacolo portato in giro per l'Italia da Paola Cortellesi Gli ultimi saranno ultimi); la vicenda di Barbablù e delle sue mogli assassinate che viene raccontata, in allegato alle fiabe sonore, ai bambini (DISEDUCATIVA) per abituare le creature al concetto di “paura” e a non aver paura di ammettere che si ha paura, una favola misogina e sessista in cui la fanciulla che ha sposato il vecchione con i soldi uxoricida deve essere salvata dai fratelli maschi… sennò poverina come potrà sopravvivere? Diseducativa, appunto; l’esperienza della stessa Concita che durante un convegno viene “rimproverata” da una matrona perché a quell’ora dovrebbe essere a casa a preparare la cena ai figli e al marito, e lei rimane costernata e interdetta – come se il solo ruolo della donna sia fare l’angelo del focolare – e racconta del fatto che quando dice che ha quattro figli maschi le fanno tante felicitazioni… non per il NUMERO dei suoi figli… ma per il GENERE cui appartengono… E lei dice chiaramente che non bisogna sentirsi delle privilegiate perché si ha partorito un maschio, non bisogna trattare il figlio maschio come un principino servito e riverito, non bisogna permettere al figlio maschio di poter approfittare della sua posizione; la vicenda dell’avvocata che si occupa di divorzi e delle sue clienti… donne spesso sposate a ricchi figuri, i quali umiliano la moglie e sono così subdoli da spingere i figli a stare dalla loro parte (a suon di quattrini e di macchine costose), donne che subiscono per anni prima di agire e quasi se ne vergognano; racconta che il cervello del feto fino a 8 settimane di esistenza è femminile… ( dal momento che in natura la “struttura base” è quella femminile) e in seguito, semmai, cambia sesso… ma in origine è femminile. Insomma, racconta le diverse tipologie di resistenza femminile all’oltraggio maschile. Parlando di come le donne spesso siano convinte di poter cambiare quei campioni che hanno al loro fianco e nel tentativo di cambiare questi capolavori… finiscono, spesso, in tragedia.






All’inizio del libro, quasi come monito, c’è la storia di una topolina vanitosa la Rateta, ve la narro. La topolina faceva la domestica e spazzava le scale. Un giorno, mentre ramazza, trova un soldo e contenta pensa a come spenderlo: decide di comprare un fiocco rosa per agghindarsi la codina. Con il fiocco, che la rende più bella, tanti pretendenti vanno alla sua porta e la chiedono in moglie: cani, galli, asini ecc. lei li interroga tutti e a ciascuno domanda “Cosa farai la notte?”, poi arriva il gatto… bello, seducente, ammaliante… e la nostra topolina se ne innamora e accetta di sposarlo. I topolini suoi amici si oppongono e le dicono che quello è un gatto e che la mangerà, ma lei non vuole udire storie: è CONVINTA che lui la ami e che non le farà del male; è convinta di poter far CAMBIARE il gatto e di veicolarlo al rispetto dei topi… tanto da non farglieli più mangiare. Arriva il giorno delle nozze: due minuti dopo il sì… il gatto mangia la topolina e solo il fiocco rosa rimane.
Questa storia rispecchia il punto focale del problema: le donne sono spesso attratte da personaggi pericolosi e violenti… perché sono convinte in maniera irriducibile di poterli cambiare! Quindi scelgono sempre i gatti. Questa storia è un monito per noi donne: a stare attente che la nostra vanità non ci faccia credere di poter essere l’esercito della salvezza per individui che non possono essere redenti. Sapete, l’errore della topolina sta nella domanda che pone “Cosa farai di notte” come previsione di vita sessuale soddisfacente, avrebbe dovuto chiedere “Cosa mangi” in quanto piccolo roditore alle prese con un gatto.
Come per Bertrand Cantat, leader del gruppo dei Noir Désir, assassino di Marie Trintignant a Vilnius, picchiò a morte la povera Marie per gelosia e non le prestò soccorso… perché lei se soccorsa per tempo si sarebbe salvata. Bertrand fu condannato a 8 anni di carcere… ne ha scontati la metà e ora l’hanno fatto uscire; vi dirò di più, sul loro sito è possibile ascoltare il nuovo singolo preludio al nuovo album. Come se nulla fosse. Quelli della band fecero per lui un concerto in carcere, il fratello di Cantat, Xavier, ha scritto un libro in cui offende quasi la memoria di Marie dicendo che Bertrand è stato vittima della famiglia Trintignant e che Marie da donna emancipata e libera non avrebbe mai accettato l’atteggiamento di Cantat, qualora fosse stato violento, insomma a dire che il cantante è bravo e che se l’attrice è morta è solo colpa di lei. Certo, come no.
Peccato che proprio le donne emancipate e colte siano spesso vittime di uomini violenti e gelosi: donne che per il loro successo pensano che sia giusto scontare entro le mura domestiche la loro fortuna; donne che in pubblico sono impeccabili e integerrime e che dentro casa subiscono i soprusi di peggior sorta.

A mio parere, va cambiata la mentalità del sistema maschilista (ovvio) e delle donne, soprattutto. Le donne devono smettere di pensare di dover essere asservite al maschio per questioni di natura e ovvietà, le donne devono capire che non sono strumenti di nessun genere nelle mani degli uomini, le donne quindi devono capire che non sono tenute a cercare di dover cambiare i loro uomini, punto. Non siamo crocerossine. Se un uomo si comporta male, alza le mani, ti umilia… tu non sopporti, non cerchi giustificazioni o alibi, non resisti per il bene della famiglia, tu te ne vai! Non resti in attesa di essere la prossima vittima: TE NE VAI! I rami secchi si tagliano… non si tenta di farli rifiorire.

Un bel libro Malamore, da leggere. Concita è una donna davvero in gamba e ha tutta la mia stima e dopo aver saputo che tra figli e marito ha 5 maschi in casa… sono disposta a perdonarle il culo dell’Unità…. Ha tutta la mia comprensione e solidarietà di donna!!!!!




Ragazzi, oggi è una ricorrenza speciale per questo blog: festeggia il suo primo anno di vita!!!!!




Siamo nati, il blog ed io, entrambi a gennaio!!! (io il 28... ahhhhhhh, aiutooo!!!!) e, caspita, questo blog ne ha fatta di strada in questo anno! Da quel primo post...
Un anno pieno di idee, di articoli, di momenti seri e allegri, post leggeri e post incazzati; un anno che mi ha dato la possibilità di sondare, per prima cosa facendolo capire a me stessa, quanto la forza delle proprie idee sia una potenza implacabile e inarrestabile! Quanto l'informazione "non ufficiale" possa risultare più diretta di quella ufficiale e quanto tutto ciò possa spaventare chi vuole mettere dei paletti a questa informazione libera e spontanea, non legata a partiti, non asservita al Potere con leggi ad hoc che possano "controllare" i blog. Ho compreso come questo strumento, seppur non ci dia alcun potere di smuovere e cambiare le cose, nondimeno, è in grado di creare catene di solidarietà, spunti, iniziative in favore delle buone cause che non è cosa da sottovalutare! Insomma, siamo piccoli e non famosi... ma a nostro modo siamo dei piccoli beppegrillo e rompiamo i coglioni alla grande... quando ci mettiamo d'impegno!!!
Un anno intenso. Un anno in cui ho sondato fin nel profondo le mie idee femministe e ho completato in maniera definitiva quell'iter iniziato a 10 anni, quando per la prima volta incontrai il "pensiero femminista" e mi resi conto che io quel pensiero, quelle idee, quel sentire ce li avevo nel sangue!
Un anno in cui ho raccontato la "parabola" del mio romanzo, la mia creatura gettata nel mondo! In cui vi ho rincoglion... ehm... vi ho allietati con le vicende dei pensonaggi del mio libro, con le mie avventure nelle presentazioni e in Fiera! Un anno in cui voi avete letto il libro e mi avete onorato del vostro favore, del vostro bel giudizio e della vostra stima!!!
Un anno in cui ho fatto amicizia, interagito, conosciuto, incontrato persone straordinarie: VOI!!!!!!!! Chi solo virtualmente, chi anche dal vivo... ma sempre amici preziosi! Amici che sono onorata di considerare tali!!!!
Così il primo anno di "vita da blogger" è passato in un lampo... e più che mai sono risoluta a continuare questa avventura: seria, impegnata, divertente, simpatica!!! Ci sono mille battaglie da intraprendere, diritti da rivendicare, incazzamenti da gridare! E mille momenti di gioia, di allegria, di condivisione da vivere assieme! E poi, insomma, quando vincerò il Nobel dovrò pur dirlo a qualcuno... o no???!!!!
Spengo la prima candelina, sbornia da festeggiamenti e autocelebrazione... e da domani si ricomincia con lo stesso piglio e lo stesso entusiasmo di sempre!!!! Fatemi gli auguri...





Ahò, me dovrete sopportà ancora pe' molto tempo!!!!!!


mercoledì 14 gennaio 2009

una casalinga al ministero dell'economia, please!!!

Retribuzioni e carriere in rosa:
le donne guadagnano ogni anno 4 mila euro in meno degli uomini



Fuori casa lavorano in poche, ma se lo fanno sono pagate di meno e fanno meno carriera. Il tasso d'occupazione femminile in Italia è basso (46%). Eppure assumendo una donna spesso un'aziensa "risparmia": la differenza fra lo stipendio medio maschile e quello femminile è di 4.000 euro l'anno. Si passa dai 28.000 euro del primo, ai 24.100 del secondo con un gap del 16 per cento. Un dato che mescola insieme fattori di varia natura: la presenza minima di donne nelle alte vette della dirigenza (dove i redditi sono più alti) e la concentrazione delle lavoratrici nelle categorie e nelle mansioni meno pagate, per esempio. Le distinzioni di sesso, certo, non sono ammesse nei contratti, ma capita che a parità di ruoli ad una ragazza si proponga un livello d'inquadramento inferiore rispetto al giovane collega. Oppure capita - sempre a parità di lavoro svolto - che la sua carriera non scatti o avanzi molto, molto lentamente.
Certo è che la distinzione è netta, riguarda le più svariate professioni e non fa bene all'economia. Perché, se la paga è bassa, è più difficile che una donna lavori fuori casa visto che, per poterselo permettere, avrà bisogno di "servizi" (dalle baby sitter alle badanti) poco coperti dal settore pubblico e che, affidati al privato, finiranno per erodere buona parte del suo salario. Ma se l'altra metà del cielo non esce dalle mura domestiche perché "così conviene" l'economia finisce con il soffrirne. Senza le donne l'Italia non cresce. E' questa la tesi sostenuta nel saggio "Il fattore D" di Maurizio Ferrera partendo dal presupposto che l'occupazione femminile generi ulteriore occupazione (si stima che per 100 donne che entrano nel mercato del lavoro, nel settore dei servizi si creano 15 posti aggiuntivi). D'altra parte non regge più nemmeno l'aspetto demografico perché le famiglie bireddito sono quelle che generano più figli.
Insomma, il "problema" che da anni tutti mettono in agenda e che nessuno risolve. Eppure i numeri parlano chiaro. Le differenze di reddito in base al sesso sono evidenti e diffuse, anche se non omogenee. Si va da un minimo dell'1,7 per cento nelle professioni meno qualificate (dove il reddito medio di un uomo è di 21.200 euro contro 20.900 delle colleghe) ad un massimo del 20,8 per cento per gli operai specializzati. Ma anche passando dalle mansioni pratiche a quelle intellettuali, scientifiche o di elevata specializzazione le cose cambiano poco: l'approccio femminile si suppone identico a quello maschile, ma la differenza media di reddito arriva al 18,8 per cento. Lo stesso nell professioni tecniche che (il gap è del 17,7 per cento). Per arrivare ad una quasi parità bisogna puntare al settore impiegatizio (negli uffici lo scarto si riduce fino al 3,9 per cento) oppure alla dirigenza. Un capo maschio guadagna in media 92.670 euro, una donna si ferma a 89.750. Nel determinare l'entità del divario qualche peso deve averlo anche la numerosità: non a caso mentre solo il 24 per cento dei dirigenti è donna, fra gli impiegati si sfonda del 58. Qualcosa, in termini di potere e quindi anche di reddito, comincia a muoversi, ma la strada è molto lunga. (fonte: Repubblica)
Senza contare che le donne che, invece, lavorano... quando restano incinte... non si sa che fine fanno, per così dire! (avendo firmato "opportunamente" in precedenza le proprie "dimissioni" in caso di pargolo in arrivo... ahhhh, quanti "bravi" datori di lavoro ci sono in circolazione...). Sapete che siamo agli ultimi posti nel mondo quanto a occupazione femminile?? Che Paesi considerati "da terzo mondo" sono più avanti di noi in questo?? E' da sconvolgimento tutto ciò! Perdiana, alcuni si vantano che "l'Italia è la quinta potenza industriale al mondo" e poi siamo ancorati al Medioevo?? Elogio della coerenza! Ora, potrei stare qui per settimane e settimane a tessere le lodi dell'ingegno, della capacità organizzativa, dell'efficienza delle donne e di quanto questo gioverebbe all'intero Paese e all'economia, soprattutto; ma non lo dirò perché scontato e assodato (e non dirò nemmeno che gli uomini, essendo ben consapevoli di questo, hanno paura che la loro leadership storica sia per sempre ribaltata dalle migliori capacità femminili... capacità che hanno tentato di annullare con secoli di discriminazioni e pregiudizio...). Dirò solamente che le donne ci sanno fare e alla grande: pensate ad esempio al buon andamento dell'economia domestica cui ogni madre di famiglia si fronteggia quotidianamente (specie nei periodi di magra) per mandare avanti la baracca al meglio; pensate alle nostre madri e alla loro indiscutibile capacità di far fruttare magari un solo stipendio affinché nulla manchi in casa, senza il rischio di sperperare tutto già alla fine della prima settimana! Pensateci! Nessuno come una madre di famiglia conosce meglio i tempi e i modi per la gestione delle esigenze di una famiglia. E se, diciamo per esempio, una di queste madri mettesse la sua saggezza e oculatezza al servizio dell'economia di una nazione?? Facile: non avremmo crisi economiche, recessioni, fallimenti ecc. E' scientifico questo, direi! E non è un caso che, di solito, le aziende con a capo donne funzionino meglio o che nei momenti di crisi vengano chiamate donne a risolvere i guai (creati dagli uomini, ovviamente). Quindi, se adesso avessimo qualche brava madre di famiglia ad occupare il Ministero dell'Economia al posto di Tremonti sarebbe meglio! E davvero Berlusconi, con una casalinga al suddetto ministero, potrebbe ben dire che "bisogna essere ottimisti!", perché con una donna l'economia del nostro Paese ripartirebbe con più intelligenza e sensatezza che non con quel Tremonti, che si impegnerà pure ma...
Sapete, ad esempio, io lo dico sempre a mia madre che dovrebbe far lei il ministro dell'Economia ché le sue provate doti gestionali/amministrative fanno sì che con un solo stipendio non ci manca davvero nulla e che addirittura lei è in grado di risparmiare un sacco! (soddisfando tutti i bisogni che abbiamo); mia madre fa miracoli! E una come lei sì che potrebbe rimettere in moto l'economia della baracca italiana! Io glielo dico sempre!!!
Finiamola con lo scandalo delle donne sottopagate al lavoro! Finiamola con la discriminazione taciuta ma espressa nei fatti! Finiamola con l'ipocrisia e con il rimandare all'infinito questo problema! Finiamola, per farla breve! Le donne studiano e si laureano di più e più in fretta degli uomini (i dati parlano chiaro) e meritano un lavoro che possa gratificare e stimolare le loro capacità! Non è giusto studiare e fare anni di sacrifici... per poi vedersi sorpassate, in una promozione, da un perfetto idiota... solo perché uomo! Poiché, per inciso, "essere uomo" non è né un vantaggio né un privilegio né una fortuna né un qualcosa da premiare! Noi non siamo il "secondo sesso" a nessuno!!!
E datemi una casalinga al Ministero dell'Economia...

mercoledì 7 gennaio 2009

questo paese non è una pensione!

Un paio di settimane fa sul blog di Daria Bignardi ho trovato questo interessantissimo pezzo sulla questione di allungare l'età pensionabile a 65 anni per le donne, avanzata da Brunetta, a seguito dei richiami in merito dell'Unione europea. Leggete con me l'articolo, che vi riporto di seguito.



Lavorare fino a 65 anni? Anche più, se ci fosse parità vera

Brunetta lo conosce il «pacchetto» che tocca quotidianamente a noi donne?
Facciamo finta che quella del ministro Brunetta sull’equiparare l’età della pensione di uomini e donne non sia una cosa seria, che sia solo una provocazione, una battuta, o una distorsione dei media. Facciamo finta che non ci siano lavori che spezzano la schiena e risucchiano l’anima, e facciamo anche finta che, se decidessimo di equiparare i diritti di uomini e donne, dovremmo cominciare dai salari e dall’accesso al lavoro e non dall’età della pensione. Facciamo finta che la Corte europea, che chiede l’equiparazione, non abbia chiesto anche un sacco di altre cose delle quali il governo se ne infischia. Facciamo finta che in Italia non ci sia un’ostinata mancanza di attenzione ai problemi delle donne, che non manchino gli asili nido, che non ci siano mariti separati che non mantengono i figli, facciamo finta soprattutto, anche se per farlo dobbiamo prendere psicofarmaci o farci ipnotizzare, che in Italia la cura della famiglia sia equamente divisa tra maschi e femmine. Facciamo finta, ma solo finta, che quello del lavoro non sia un problema troppo serio per scherzarci sopra, e gridiamo a Brunetta il nostro: «Magari!». Magari, caro ministro, le donne potessero andare in pensione non a sessantacinque ma a cento anni. Trenta milioni di Rite Levi Montalcini, fresche di parrucchiere, sorridenti e innamorate del proprio lavoro. Per la maggior parte delle donne, tranne quelle che fanno lavori orrendi o usuranti, tranne quelle che sono sfruttate, lavorare è una vacanza, un diversivo, una passeggiata rispetto al pacchetto all inclusive che tocca loro dal momento in cui decidono di farsi una famiglia (ma anche alle single incallite tocca prima o poi, perché prima o poi i genitori anziani li hanno tutti, o almeno lo si spera, e di uomini che si prendono cura quotidianamente dei bisogni dei genitori ce ne sono in giro pochi). Se non arrivassero al lavoro già mezzo morte per essersi alzate prestissimo a fare un po’ di lavori di casa, passare dal supermercato e accompagnare i figli a scuola prima di andare in ufficio, se durante la giornata non dovessero tenere un compartimento di attenzione sempre acceso sugli orari di scuola dei figli, chi li va a prendere, chi li porta in piscina, se hanno preso la medicina, che cosa si mangia stasera, chi va a ritirare i maglioni in tintoria, quante ore ha fatto questo mese la baby-sitter e quante la badante del nonno, e devo fare il bancomat perché la baby-sitter non prende gli assegni, e la donna a ore ha le vampate della menopausa e i figli che la fanno dannare e non stira più, e bisogna comprare la sabbia del gatto, e sono finiti i succhi di pera per la colazione di Ciccio, e Ciccia che è in prima media alle due che cosa mangia, e sarà asciutta la tuta che domani è già giovedì e ha ginnastica? Ma, anche con una porzione di cervello sempre rivolta agli esseri adorati ai quali vorremmo dare il meglio di noi, e ai quali a volte diamo il peggio tanto siamo frantumate, lavorare ci piace un sacco, e ci viene anche molto bene. Non dico meglio, caro ministro, perché sembro di parte. Però lo penso. Ma questa è un’altra storia.

Di Daria Bignardi
***
Il punto è che manca REALE tutela, reale attenzione, reale volontà di venire incontro alle donne! Da qui parte tutto, lì sta il difetto del meccanismo: sporadiche iniziative (dettate poi da richiami esterni e non da vera presa di coscienza) tese a farci fantasticare una parità di trattamento che nei fatti concreti non esiste non servono a nulla! Bisogna partire dalla base del problema. Rendere le donne più in condizione di lavorare, andare incontro alla necessità di conciliare vita lavorativa con l'immancabile attività di madre/moglie, rendere paritaria la situazione salariale, non minacciare di licenziamento qualora ci sia una gravidanza... Questi sono dati di fatto di una società, la nostra, che parla bene e razzola male, malissimo! La vita delle donne è più complicata, è costellata di rinunce, bocconi amari, compromessi e sacrifici di gran lunga superiori a quelli cui deve abbassare il capo un uomo; le donne si confrontano quotidianamente con discriminazione e pregiudizio. Intrappolate in un immaginario, in uno stereotipo, in un ruolo vecchissimo e decrepito di angeli del focolore che naturalmente devono RESTARE in casa e quelle che hanno la possibilità di lavorare fuori casa, oltre che sentirsi privilegiate e miracolate, devono rammentare sempre che sono lì - in quell'ufficio, in quella fabbrica ecc. - per gentile concessione del sistema lavorativo maschile che le tollera a fatica. E sapete, la cosa peggiore è che spesso sono le stesse donne a remare contro le loro sorelle: additandole malamente quando queste "trascurano" i loro doveri di madre/moglie per lavorare (come racconta Concita De Gregorio in Malamore, quando durante un convegno una matrona si scagliò contro di lei perché alle otto di sera si trovava lì invece di essere a casa a preparare la cena ai figli...), anche se non trascurano affatto i loro compiti familiari. Perché questo (anche nella testa delle donne) è tutto parte di un antico retaggio che immobilizza, inchioda la donna al ruolo di colf, badante, domestica al servizio del marito che porta i soldi a casa. E allora io dico, questa mentalità va cambiata. Alla base del problema occorre portare rimedio! Finché non verranno abbattute queste idee polverose e logore... il lavoro al femminile sarà sempre pieno di ostacoli e pregiudizio!
Ora, relativamente alla questione pensione, io penso che il problema non è far lavorare una donna fino a 65 anni (l'età è un dettaglio... non conta: potrebbe essere 50 anni, come 70, 90 o 200!!!), ma far sì che ciò che è stato stabilito di diritto per un uomo sia stabilito e accessibile anche alle donne! Non è importante, capitemi bene, che le donne lavorino fino a quell'età... quanto che si COMPRENDA che NON CI DEVONO ESSERE DISTINZIONI, DUE PESI E DUE MISURE, UN DIVERSO METRO DI VALUTAZIONE QUANDO SI PARLA DI DONNE E DI UOMINI. Quello che viene applicato a uno deve poter essere applicato a tutti! Ecco il punto focale! Non è giusto che ci siano due diverse valutazioni, solo perché da che mondo è mondo le donne sono sempre svantaggiate rispetto agli uomini.
Quindi, piuttosto, abbassiamo l'età pensionabile affinché si possa lasciare lavorare i giovani (ché siamo un Paese per vecchi, impantanato nell'immobilità più totale) e che tale età sia abbassata per entrambi i generi: e non che gli uomini restano dove sono e le donne sono costrette ad andare via! La parità sta anche e soprattutto in questo.
E chiediamo più tutela e rispetto per le madri/mogli lavoratrici, ché mandano avanti l'economia come e meglio di un uomo. Certo, potrei risultare troppo di parte... Ma sì, dico "meglio" degli uomini e lo penso. Ma questa è un'altra storia... (nemmeno poi tanto "altra", in effetti...).

lunedì 5 gennaio 2009

definizione di giustizia: provate a fingere che io sia analfabeta e spiegatemi cosa mai sia, la giustizia. perché io a questo punto lo ignoro...

"Giustizia è ordine dei rapporti umani; la virtù morale per la quale si osserva in sé e in altri il dovere e il diritto; è la costante e perpetua volontà di riconoscere a ciascuno ciò che gli è dovuto; è l'ufficio, il magistrato o il luogo dove si rende giustizia. La negazione della giustizia ovvero la mancata applicazione dei criteri della giustizia è l'ingiustizia"; secondo Wikipedia.
Benissimo, andiamo a verificare...







Ammette l'omicidio dell'ex moglie dopo la sentenza che lo scagiona: "Non riusciva a tollerare il segreto"

FERRARA Accusato dell’ omicidio della ex moglie, processato e assolto, venerdì mattina è andato in questura a Ferrara e ha confessato il delitto, spiegando di non potere più reggere il rimorso. Denis Occhi, 33 anni, muratore di Migliaro, nel ferrarese - scrive il quotidiano La Nuova Ferrara che racconta la vicenda - non potrà però più essere portato davanti a un giudice perchè una persona già condannata o assolta non può essere riprocessata per lo stesso fatto. L’ ex moglie, Giada Anteghini, 27 anni, venne colpita alla testa con una accetta il 25 novembre 2004 e morì il 23 gennaio 2006 senza mai svegliarsi dal coma. La donna fu aggredita durante il sonno nella stanza da letto della casa di Jolanda di Savoia che divideva con il nuovo compagno (indagato e poi prosciolto) e la figlia di sei anni che aveva avuto con Denis Occhi. L’ uomo fu condannato nel 2007 in primo grado a 20 anni con giudizio abbreviato al termine di un processo indiziario. Ma il 27 febbraio 2008 fu assolto dalla Corte d’ Appello di Bologna e rimesso in libertà. Occhi confessò l’ omicidio il giorno dopo l’ aggressione della ex moglie ad alcuni carabinieri suoi amici, ma poi ritrattò. Fino a venerdì quando, dopo un anno di tormenti e sensi di colpa è andato alla polizia spiegando: «Voglio confessare l’ omicidio di mia moglie». Investigatori e procura ritengono attendibile la confessione. (fonte: la Stampa)
Sapete, io a volte me lo chiedo persino... se le mie idee, che voi conoscete ampiamente, siano troppo esagerate... troppo radicali... troppo da esaltata; sì, io mi soffermo a riflettere su questo mio lato (non tanto sollecitata da dubbi o inquietudini personali... quanto da sporadiche "perplessità esterne" che tendono a mettere in dubbio la... come dire... legittimità delle mie posizioni...). Ebbene sapete qual è la mia conclusione, l'unica cui posso naturalmente giungere?? E' più che mai GIUSTO che io la pensi così, ne vado ORGOGLIOSA e non retrocedo di una virgola: perché questo sistema, non fingiamo, è MALATO, palesemente contro le donne e assolutamente criminale! Laddove le vittime pagano doppiamente in luogo dei colpevoli.
Per l'amor del cielo, finisco d'inveire per una brutta storia e subito ne sento un'altra: ieri l'ennesima ragazza stuprata dal solito branco di cani (io devo vederli ESTINTI!) e oggi la notizia dell'ennesimo marito assassino (ahhhh, perché i difensori del valore della famiglia non s'indignano?? Perché la vittima è "solo" una donna, già...) che la farà franca, di nuovo, perché già assolto dal processo che lo vedeva imputato per lo stesso delitto, l'assassinio della moglie. C'è qualcosa che non va, è evidente. A parte il fatto che se era stata la moglie a uccidere il marito, come minimo le davano trent'anni e non le davano nemmeno un giorno di sconto di pena. Mentre invece questo insetto, non solo l'ha fatta franca all'epoca dei fatti, essendo stato assolto al processo (come funziona bene la Giustizia italiana... scommetto che con la prossima riforma... funzionerà anche meglio, nevvero???), ma la farà franca anche adesso che ha confessato che, sì, è lui il colpevole... e perché la farà ancora franca?? Perché essendo già stato celebrato il processo (e assolto) per lo stesso crimine... secondo la nostra lungimirante legge... non può essere processato di nuovo per lo stesso delitto...
C'è qualcosa che non va. Direi.
Come si dice in questi casi: "il peggio è per chi muore": la povera moglie sotto terra e il marito... a spasso! Perché una legge criminale vuole così. Già, ma il poverino ha un tremendo "rimorso" che l'ha spinto a confessare... ohhhh, che anima delicata e compassionevole! Ha avuto il rimorso per aver assassinato la moglie, aver mentito al processo, essere stato assolto e aver vissuto in questi anni come se nulla fosse! Merita un encomio, perdiana!, un encomio lui e un encomio avvocati e giudici che si sono occupati del caso. Encomiabile, non credete??
Ahhh, questa vicenda è tra le "perle" più ammirevoli che la nostra giustizia abbia prodotto, senza alcun dubbio!
Caspita, io lo dico sempre: la Giustizia è un'illusione, un qualcosa che non ha alcuna possibilità di essere applicata in maniera equa e attendibile. Fumo negli occhi, nella migliore delle ipotesi. Crimine... nella peggiore delle ipotesi (nella maggioranza dei casi).






Tornando a parlare di Facebook, discorso iniziato nel post precedente, ho appena letto questa notizia, che adesso vi riporto, che fa il paio con la censura delle mamme che allattano: insomma, il famigerato social network ha censurato le donne che allattano perché considerate oscene... ma si rifiuta di censurare i gruppi pro-Riina perché sennò "sarebbe una censura".
"Su Facebook vengono rimosse le foto di donne che allattano al seno", ribadisce da Palo Alto (California) il portavoce del social network più famoso di Internet, Barry Schnitt. Ma è ormai polemica mondiale. "E invece perché nessuna censura nei confronti di chi inneggia su Facebook al capomafia Totò Riina?", ribatte un autorevole commentatore del quotidiano inglese Times. "Davvero una strana morale - scrive Daisy Goodwin - quella che sostiene la necessità che il social network sia un ambiente sicuro anche per i ragazzini che frequentano Internet e poi non eccepisce nulla sui 2000 e più utenti, la gran parte giovanissimi, che inneggiano a un uomo che sta scontando molti ergastoli. Per Natale, i suoi fan gli hanno mandato persino gli auguri attraverso Facebook". (continuate a leggere l'articolo su Repubblica)
Dunque, credo che questa schifezza si commenta da sé, vero?? Non serve che io ne dia il mio personale giudizio (che peraltro potete benissimo intuire...). Dico solo che appena scopro come cancellarmi da FB lo faccio: mi disgusta! Mi dispiace solo che ho scoperto tutto questo proprio poco dopo essermi iscritta (che tra l'altro... non ho nemmeno capito a che diamine serve, quale sia la sua utilità); pensate, della censura delle mamme che allattano, mi ci sono imbattuta cinque minuti dopo essermi iscritta (ché se lo leggevo prima... non solo non mi sarei mai iscritta... ma avrei mandato una mail di protesta ai responsabili di FB! Beh, certo, scrivendogliela in italiano, me la sarei dovuta far tradurre in inglese... e la traduzione avrebbe forse tradito e smarrito tutta la "poeticità della mia prosa nei momenti di maggir spolvero" di cui voi conoscete bene il tenore e i contenuti...). Sono interdetta! Leggevo che, causa crisi economica, i social network sono a rischio e non se la passano benissimo (solo myspace, pare, prolifera che è una bomba e il suo bilancio è più che positivo), a questo punto, data la palese idiozia di alcuni di questi social network, non vorrei che sia una sollevazione popolare... a farli traballare...