CLICK HERE FOR BLOGGER TEMPLATES AND MYSPACE LAYOUTS »
"Non si nasce donne: lo si diventa con il tempo e la volontà"

(Simone de Beauvoir)

giovedì 14 maggio 2009

la sorella di shakespeare

"Consentitemi di immaginare (...) cosa sarebbe successo se Shakespeare avesse avuta una sorella meravigliosamente dotata, di nome Judith, diciamo. Molto probabilmente Shakespeare frequentò - sua madre era un'ereditiera - la scuola secondaria, dove avrà imparato il latino - Ovidio, Virgilio e Orazio - ed elementi di grammatica e di logica. Era, come si sa, un ragazzo indisciplinato, che cacciava di frodo i conigli, e magari uccideva qualche daino; e dovette, un po' a precipizio, sposare una donna dei dintorni, che gli dette un figlio un po' prima del dovuto. Questa avventura lo spinse a cercare fortuna a Londra. Pare avesse inclinazione per il teatro; iniziò facendo la guardia ai cavalli all'ingresso degli attori. Cominciò prestissimo a recitare, diventò un attore di successo, e si trovò al centro della società contemporanea; incontrava tutti, conosceva tutti, sfoggiava la sua arte sulla scena, il suo spirito per strada, e riuscì perfino ad essere ricevuto a palazzo reale. Intanto la sua sorella così straordinariamente dotata, supponiamo, restava in casa. Non era meno avventurosa, fantasiosa e desiderosa di conoscere il mondo di quanto lo fosse lui. Ma non l'avevano mandata a scuola. Non aveva avuto la possibilità di imparare la grammatica e la logica, non diciamo di leggere Orazio e Virgilio. Di tanto in tanto prendeva un libro, forse uno di suo fratello, e leggeva qualche pagina. Ma poi arrivavano i genitori e le dicevano di rammendare le calze o di ricordarsi dello stufato, e di non perdere tempo fantasticando tra librie carte. Avranno parlato con decisione ma con gentilezza, perché erano persone agiate, che sapevano come deve vivere una donna, e amavano la loro figlia; anzi, è molto probabile che lei fosse la pupilla dell'occhio di suo padre. Forse, in soffitta, scribacchiava furtivamente qualche pagina, ma aveva cura di nasconderla o di bruciarla. Ad ogni modo, ancora adolescente, era stata promessa al figlio di un vicino mercante di lane. La ragazza protestò che il matrimonio le era odioso, e perciò fu picchiata duramente da suo padre. Poi lui smise di rimproverarla e la pregò invece di non arrecargli questo danno, questa vergogna di rifiutare il matrimonio. Le avrebbe regalato una collana di perle, oppure una bella gonna, diceva con le lacrime agli occhi. Come poteva disubbidirgli? Come poteva spezzargli il cuore? Solo la forza del suo talento la spinse a questo. Una sera d'estate fece un fagottino con le sue cose, si calò dalla finestra con una corda e prese la strada di Londra. Non aveva ancora diciassette anni. Gli uccelli che cantavano sulle siepi non erano più musicali di lei. Aveva, come suo fratello, la più vivace fantasia per la musica delle parole. Come lui, si sentiva attratta dal teatro. Bussò alla porta degli attori. Voleva recitare, disse. Gli uomini le risero in faccia. Il capocomico - un uomo grasso, dalle labbra spesse - sghignazzò. Muggì qualcosa sui barboncini che ballano e sulle donne che recitano; nessuna donna, disse, poteva fare l'attrice. Alluse invece... potete immaginare a cosa. Nessuno le avrebbe insegnato l'arte. D'altronde, poteva mangiare nelle taverne o girare per le strade a mezzanotte? Eppure il suo genio era letterario, e desiderava nutrirsi abbondantemente della vita degli uomini e delle donne, e dello studio dei loro costumi. Alla fine (poiché era molto giovane, e di viso somigliava spiccatamente a Shakespeare, con gli stessi occhi grigi e le sopracciglia rotonde) Nick Greene, l'attore-capocomico, ebbe pietà di lei; si trovò incinta di questo signore, e così - chi può misurare il fervore e la violenza del cuore di un poeta quando si trova prigioniero e intrappolato in un corpo di donna? - si uccise, una notte d'inverno, e venne sepolta a una incrocio, là dove ora si fermano gli autobus, presso Elephant anda Castle.
Così, più o meno, sarebbe andata la storia, penso, se ai tempi di Shakespeare una donna avesse avuto il genio di Shakespeare. Perché un genio come quello di Shakespeare non nasce tra la gente di fatica, ignorante, servile. In Inghilterra non era nato fra i sassoni e i britanni. Non nasce oggi fra le classi lavoratrici. Come poteva dunque nascere allora fra donne che cominciavano a lavorare, secondo il professor Trevelyan, appena erano uscite dall'infanzia, che vi erano costrette dai genitori e spinte da tutto il peso della legge e della tradizione?"
(Virginia Woolf, Una stanza tutta per sé, trad. di A. Guiducci, Newton Compton)




Recentemente ho letto questo saggio di Virginia Woolf, Una stanza tutta per sé, che nasce dalla rielaborazione di due conferenze che la Woolf tenne nell'ottobre del 1928 alle studentesse del Newnham e del Girton College di Cambridge. Sul tema "Le donne e il romanzo". Insomma, un piccolo classico di letteratura femminile-femminista. Un tema che mi tocca in modo particolare trattando di romanzo e donne.
Un libro che mi è piaciuto molto e mi ha dato diversi spunti nuovi di riflessione, benché non abbia fatto altro che confermare cose che già sapevo da me.
Vi riporto qualche riflessione che mi sono sentita di appuntare durante il pomeriggio di lettura del testo in questione.
Virginia parte dal presupposto dei due nodi cruciali: una donna se vuole scrivere romanzi deve avere dei soldi e una stanza tutta per sé.
Il discorso soldi è presto svelato: fino agli inizi del Novecento alle donne non era concesso avere la medesima istruzione di un uomo; non erano ammesse alle università tipo Oxford o Cambridge (e una volta ammesse in seguito, spesso non avevano diritto di accedere alla biblioteca o cose del genere in quanto donne o se non erano accompagnate da uomini). E non potevano contare su investimenti provenienti da qualche Mecenate interessato alla cultura delle donne: nessuno avrebbe mai investito denaro per finanziare un college al femminile. Per non parlare del fatto che alle donne non era concesso avere e amministrare denaro loro: ciò apparteneva al marito che poteva deciderne liberamente; quindi la possibilità che fossero nobildonne a finanziare la scolarizzazione delle nostre fanciulle era come minimo impossibile. E come detto, a nessun uomo interessava incentivare tale possibilità. Le donne per lungo, lungo tempo sono state povere, per farla breve. Per legge non potevano guadagnare denaro e, semmai avessero potuto farlo, veniva negato loro il diritto di amministare tali guadagni: tali guadagni, come detto, al limite sarebbero appartenuti al marito. E del resto all'epoca come potevano mettersi in affari in giovane età le donne... se erano impegnate a mettere al mondo 13 figli?? (si spera maschi). Quindi le donne essendo povere erano limitate da principio alla possibilità di formarsi una cultura e poter quindi pensare di cimentarsi nelle arti letterarie.
Scorrendo le pagine, altri spunti, per prepararsi alle sopracitate conferenze, Virginia aveva intrapreso preventivamente una sorta di ricerca, andando a visitare la biblioteca e l'aveva stupita il fatto di trovare un numero considerevole di libri che parlavano di donne... scritti da uomini! Come se essi ne sappiano e abbiano il diritto di dirne più di una donna!
A questo punto, l'autrice riflette sul ruolo della donna rispetto agli uomini di potere. Le donne hanno sempre avuto un ruolo di subordinazione nei confronti dell'altro genere, ma stranamente ogni uomo misogino che si rispetti si è sempre attorniato di donne, nonostante le disprezzasse nemmeno tanto velatamente. Perché? Le donne sono come uno specchio che riflette e ingigantisce la tronfia vanità dell'uomo: per questo gli uomini le tengono accanto a sé; per gonfiarsi e sentirsi ancora più glorificati! E nonostante il loro disprezzo, questi uomini temono il giudizio e la critica di queste donne: giacché le loro critiche rimpiccioliscono tale specchio. Uomini che disprezzavano le donne erano, tra gli altri: Napoleone e Mussolini.
Altra considerazione interessante è quella sui personaggi femminili nei grandi classici della letteratura mondiale: spesso hanno personalità e carattere; come avviene nelle opere dei classici greci o nello stesso Shakespeare. Cosa menzognera: perché nella realtà delle rispettive società le donne non avevano diritti, possibilità di espressione, non potevano uscire da sole e la legge avallava e sosteneva le violenze dei mariti che potevano picchiarle e rinchiuderle come e quando volevano.
E allora? Un certo Vescovo disse, dall'alto della sua saggezza, che nessuna donna avrebbe mai potuto avere il medesimo genio di Shakespeare. Questo è vero. Non esiste, almeno nella sua epoca, un genio femminile come il Bardo... perché la geniale fanciulla non avrebbe avuto diritto ad esprimere il suo talento! Sarebbe stata dileggiata e umiliata e avrebbe fatto la fine di Judith. Del resto, sapete tutte quelle poesie, versi e aforismi che hanno quale autore "Anonimo"? Secondo Virginia Anonimo era una donna: la quale non potendo esprimersi liberamente in quanto donna, causa ostilità degli uomini, era costretta a nascondersi. Già, nel Seicento o nel Settecento vedevano con ostilità e follia i tentativi di comporre bellezza letteraria da parte di donne. Virginia fa una carrellata di nobildonne che hanno tentato, sono state umiliate e hanno sofferto l'impossibilità di esprimere la propria arte per "colpa" della loro propria natura femminile. In effetti, non esistono opere letterarie prima della metà del Settecento ad opera di donne... perché non era concesso loro produrle e tantomeno pubblicarle. Queste donne sfregiate nella loro arte si chiamavano Lady Winchilsea, Margareth Cavendish di Newcastle, Dorothy Osborne (che riteneva folle che una donna pubblicasse un romanzo, anche se lei scribacchiava segretamente), la signorina Aphra Behn. Eppure, senza donne che nonostante il dileggio hanno continuato a scrivere... non avremmo avuto la meravigliosità di scrittrici come Jane Austen, le sorelle Bronte o George Eliot (donna che si nascondeva dietro un nome maschile...). Non ci sarei io stessa come scrittrice! Come scrittrice e femminista... penso spesso che ciò è collegato: sono scrittrice perché sono femminista e viceversa, una cosa è strettamente connessa all'altra; se non fossi stata una delle due cose... non sarei stata neanche l'altra. E via con altri nomi di scrittrici con le ali spezzate: Eliza Carter, Fanny Burney, Emily Davies.
E ora vediamo l'altro nodo cruciale, secondo Virginia: la stanza tutta per sé. Le donne scrivevano in salotto e lì erano costantemente interrotte (anch'io scrivo in salotto, avendo qui il pc, e sono costantemente interrotta!!). Ad esempio, Jane Austen scrisse le sue opere in salotto e aveva cura di non far conoscere la sua attività a nessun visitatore (infatti nascondeva subito il manoscritto), solo i suoi familiari ne conoscevano l'occupazione. Quindi il concetto di "stanza tutta per sé" significa avere la possibilità di avere uno spazio proprio per concentrarsi, scrivere, comporre arte letteraria e in qualche modo avere una certa credibilità rispetto all'attività che stai svolgendo, non in maniera casuale ma ragionata e fatta seriamente, come lo può dare il fatto di avere uno studio in cui ritirarsi. Nondimeno, il fatto di scrivere in salotto, dove le nostre ragazze passavano la giornata, consentiva loro di studiare, analizzare, osservare i caratteri dei visitatori... quindi il romanzo non poteva che essere il genere con cuo avrebbero potuto esprimere le proprie esperienze. Un aspetto drammatico, quasi, rilevato da Virginia rispetto alle prima donne scrittrici (accettate in quanto tali dal sistema) era il fatto che queste autrici non avessero alle spalle una tradizione di scrittrici da cui attingere e prendere ispirazione: non vi erano donne autrici, quindi le Jane Austen e le sorelle Bronte non hanno potuto avere tale fonte di ispirazione; di certo, queste prime scrittrici non hanno avuto nulla, in termini di ispirazione, dai Dickens, dai Thackeray o dagli Shakespeare e questo perché (seppur potevano rubacchiare qualche espediente) la mante maschile è troppo diversa da quella femminile per rendere possibile una contaminazione nel modo di esprimersi da parte di queste.
Il romanzo, quindi, è il genere principale in cui le prime donne autrici si trovarono ad esprimersi, cosa molto ovvia: il romanzo era un genere letterario relativamente giovane e duttile; diversamente dai poemi epici ecc. cose più proprie agli uomini.
C'è da dire che secondo Coleridge la mente è androgina: per chi scrive è quasi fatale essere uomo o donna completamente; in favore di una più consigliabile donna maschile o uomo femminile. E penso che se fosse stata data l'opportunità a tutti, fin dall'inizio, di farli esprimere come volevano questo si sarebbe certamente verificato con più facilità.
Questo è quanto. Quindi, ricapitolando, una donna che vuole scrivere romanzo deve disporre liberamente di denaro e avere una stanza tutta per sé.
Ammetto che c'è una cosa che non condivido con Virginia. Lei sostiene che l'errore commesso dalle prime donne romanziere (ma anche poetesse) è stato quello di riversare sulla loro prosa il risentimento e la rabbia accumulata dalle donne in secoli di discriminazioni. Sostiene che l'autrice che non ha espresso tale rabbia nel suo libro ha scritto qualcosa di più bello, anche perché ha espresso davvero se stessa. Virginia fa l'esempio di Jane Eyre che è pervaso, in certa misura, dalla rabbia e dal senso d'impotenza della protagonista per le limitatezze impostele in quanto donna; secondo Virginia Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen è migliore di Jane Eyre nel senso che la Austen non ha riversato la sua rabbia nel testo: ha trovato il suo stile e l'ha sempre seguito. Virginia sottolinea che Charlotte Bronte era dotata di un genio letterario maggiore di Jane Austen, ma che tale rabbia espressa nel suo romanzo in qualche modo ha spezzato le ali al suo libro, facendo risultare infinitamente migliore Orgoglio e pregiudizio della Austen. Sul tema della "rabbia" io non mi sento di concordare con la Woolf: è più che naturale che secoli di soprusi, privazioni e diritti negati si abbattessero, poi, sulla loro penna; se Jane Eyre soffre per la sua condizione non è altro che lo specchio di ciò che TUTTE le donne hanno DAVVERO sofferto per secoli. Pertanto tale rabbia è più che legittima e addirittura più che giusto esprimerla. Insomma, sono io piena di risentimento per dei soprusi che mi sono arrivati in modo indiretto (benché ancora oggi ne persistano ancora molti), figuriamoci quelle donne che li testavano personalmente sulla propria pelle! (da non dimenticare che tutti i libri della Austen iniziavano con madre e figlie che restavano senza casa... perché alla morte del marito la magione passava in eredità solo ai figli maschi e in mancanza di questi andava al parente maschio più prossimo...). Quindi criticare tale rabbia è pericoloso: serve a colpevolizzare le autrici e a mitigare le colpe maschili. E da me non sorgeranno MAI alibi che possano alleggerire le colpe maschili...
In conclusione, io amo entrambi i romanzi, sia Orgoglio e pregiudizio sia Jane Eyre, anche se il libro della Bronte ha qualche elemento "disturbante" a tratti, ma questa non è certamente una colpa.
Mi piace concludere questo post con un dato di fatto che non può che rendermi felice e in qualche modo rendere giustizia a tutte le donne, del passato, che sono state derise e umiliate a causa della loro volontà di cimentarsi con l'arte letteraria...
Sapete qual è l'autore britannico più venduto al mondo dopo Shakespeare?
Jane Austen.
Una donna.

10 commenti:

pansy ha detto...

una stanza tutta per sè di Virginia Wolf è un gran bel libro che con piacere ho letto.
Per quanto riguarda la parte 1 del tuo post, quello che hai scritto riguardo all' idea di una sorella Shakespeare... è fantastico! Hai reso bene l 'idea e la storia, anche secondo me, sarebbe andata cosi.

Silvia ha detto...

Sì, sarebbe certamente andata così... Virginia Woolf aveva perfettamente ragione...

Pupottina ha detto...

ho sempre adorato Virginia Woolf e di lei ho anche letto quasi tutto... tranne questo...
anche Jane Austen è favoloso e dei suoi personaggi è meraigliosa l'attualità...
^__________^
buon giovedì

l'incarcerato ha detto...

Certo che scrivi veramente tanto! Riesci a superare anche me! ;)

Comunque non è un caso che sia donna!

Un abbraccio!

fabio r. ha detto...

ho letto virginia woolf, fa parte delle letture standard x chi studia inglese, ho divorato To the lighthouse e A room or her own lo lessi all'università.
è stata una scrittrice geniale, sofferta eppure forte, dolce e violenta nelle parole. l'ho spesso accostata a joyce ( lo stream of consciousness...) e la ritrovo nel tuo post.
se vorrai ed avrai tempo. ti consiglio un'altra lettura, in cui la tematica della privacy violata delle donne e della cultura è molto presente: Effi Briest di Theodor Fontane, forse il migliore descrittore del femminile da uomo in germania. ciao.

Stella ha detto...

Devo leggere questo libro!
Sono contenta che sia Jane Austen, comunque mi piace molto anche Shakespeare ^__^

Andromaca ha detto...

Mi hai fatto prendere immediatamente voglia di leggere quel libro della Woolf, tra l'altro ammetto di non averne mai letto uno! :-S Vedi di non uccidermi, eh! Ma non credo lo farai, già solo per il fatto che sono donna! ^_^

Silvia ha detto...

Andromaca: tranquilla! Si è sempre in tempo per leggere un libro! Eh, no, che non ti ucciderò... già solo per il fatto che io non me la prendo con le donne!!!

;-)

Aisa ha detto...

Vi consiglio anche di leggere la splendida Mary Ann Evans, ovvero GEORGE ELIOT. Complimenti sinceri alla piratessa per questo bel blog :-))

Anonimo ha detto...

quello che stavo cercando, grazie